| Home | Che cos'è Pax Christi | Chi siamo | don Tonino Bello | Monte Sole | Attività | Appelli/Campagne | Agenda pace | I Link |

 

Maestra
(immagine tratta dal sito:www.pinterest.it/pin/760334349565258101/)

EDUCAZIONE ALLA PACE E GEOPOLITICA

di Johan Galtung (ripreso da serenoregis.org/)

60 anni di teoria e prassi di pace si possono riassumere in:

EQUITA’ x ARMONIA

PACE =    ———————————

TRAUMA x CONFLITTO

Quattro focus teorici, quattro compiti politici e quattro materie educative.

Qualunque vera educazione dovrebbe preparare alla pratica, guidata da una teoria generale.

Procedendo dalla destra del denominatore alla sinistra del numeratore, la formula significa:

mediare soluzioni ai conflitti accettabili e sostenibili;

conciliare le parti del conflitto bloccate in traumi del passato;

empatizzare con tutti i contendenti divisi da linee di faglia sociali/mondiali;

costruire cooperazione a beneficio reciproco e uguale.

La mediazione è verbale, basata sui dialoghi con le parti, ma i Quattro compiti sono molto concreti, pratici; per persone che fanno, non solo parlano; per persone pratiche come i funzionari.  Quindi la Gran Questione:

L’educazione-prassi-teoria di pace è compatibile con la mentalità militare – comunque definita, e ci sono molte culture militari al mondo – o no?

Pensatori così diversi come Nietzsche e Gandhi consideravano l’apparato militare come esemplare a causa dello spirito di corpo e della disponibilità al sacrificio, perfino della propria vita.  Per Gandhi la casta kshatriya (militare) era un modello: egli voleva guerrieri non-violenti, con la stessa perseveranza, indispensabile anche nella mediazione. Avanzare, ma assicurare la ritirata, ha un parallelo nella mediazione: non proporre alcuna soluzione, alcuna azione che non sia reversibile. Per quanto ben intenzionati, ci si può sbagliare / si può aver torto.

Il massimo genio militare del secolo scorso: Vo Nguyen Giap, uno storico appena morto a Hanoi all’età di 102 anni. Verso fine 1989 ebbi una lunga conversazione con mon général riguardo alla [sua] vittoria sui francesi, poi sugli americani, e al pareggio con i cinesi.  La sua risposta: contro i vietnamiti un nemico deve combattere con l’intera popolazione, non solo i “maschi in età di servizio militare”; contro il VietNam un nemico deve combattere con ogni componente autosufficiente, nessun effetto domino solo da una “capitale”; e la storia vietnamita ha 2000 anni di addestramento con i cinesi.  Bene, Giap doveva coordinare tutto ciò; che terminò con molta pace.

Seconda Gran Questione: la pace è compatibile con le civiltà?

Problematica per un Occidente che ha colonizzato il mondo e per l’egemonia globale USA; problematica per tutti gli imperi, compresi quello sovietico e cinese han verso i loro vicini.  E per il Giappone, lento a riconciliarsi.  Meno per l’islam – che può considerarsi difensivo verso il secolarismo occidentale. E molto meno per il buddhismo, eccetto che in quanto religione di stato. Ma gli stati, salvo i maggiori, stano declinando in rilevanza, e così il patriottismo cieco disposto a fare qualunque guerra. Ancora problematici sono un Occidente e degli USA che si considerano troppo superiori, eccezionali, per dialoghi di civiltà fra uguali. Impareranno; l’alternativa è l’isolamento.

Come i militari, i mediatori pensano in termini di intenzioni, capacità e circostanze per tutte le parti, aggiungendo al comportamento violento e atteggiamenti di astio le incompatibilità fra i loro valori e gli interessi; gli obiettivi, in breve. La nostra esperienza: non c’è parte senza qualche valore o interesse legittimo; anche se è in conflitto con quello/i di qualcun altro, i nostri, per esempio.  Si costruisca su quello, creativamente.

La strada della mediazione passa per la ricerca di qualche minimo cambiamento nella realtà, cosicché siano ragionevolmente soddisfatti gli obiettivi legittimi di tutte le parti per dei rapporti migliori; la strada militare spesso passa per un massimo cambiamento nell’altro contendente – la morte – in modo che cessi il suo perseguire obiettivi che c’intralciano.  I mediatori tentano di connettere, di arrivare con ponti al buono che c’è su tutti i versanti; la mentalità militare può cercare di indurre un’inabilitazione nell’altro.  Un problema chiave: i mediatori costruiscono su quanto c’è di valido, di legittimo in tutti i contendenti, cercando nuovi ponti per cementare rapporti. Comunque sia, i proiettili militari non sono abbastanza accorti da colpire solo quel che c’è di cattivo risparmiando il buono; uccidono l’intera persona; irreversibilmente, tra l’altro.  Quindi, se si ritiene indispensabile qualche violenza, che la si renda non-letale, per favore.

Eppure, più di recente ci sono stati anche militari frapposti per evitare le uccisioni, per mantenere la pace. Il peacekeeping accomuna le mentalità mediatorie e militari, avendo dentro tutte le civiltà. Una grande esperienza d’apprendimento.

Aggiungere competenze di polizia, di nonviolenza, di mediazione, alla perizia militare; renderle così numerose da costituire un tappeto blu fra i contendenti, non solo berretti blu; al 50 per cento donne, e poi infermieri/e, medici, consegne alimentari; aggiungere elementi umanitari alla Responsabilità di Proteggere (R2P). però tutte queste competenze devono essere insegnate e addestrate e imparate, non sono innate.

Ora, un secondo sguardo alla formula in considerazione di quanto sopra.

La pace si basa su rapporti equi, relativamente orizzontali. Un esercito, tradizionalmente verticale, sa essere bravo in questo? La domanda sottovaluta l’enorme massa di cooperazione orizzontale militare; fra alleati, fra settori delle varie forze, fra comandanti allo stesso livello, fra la truppa ordinaria; in crisi reale fra tutti loro.

La pace si basa sull’empatia, la comprensione profonda di tute le parti. SunTzu ne faceva un elemento basilare della mentalità militare; la novità sarebbe la ricerca dei punti di forza, del buono, anziché delle debolezze, del cattivo, negli altri – e viceversa per sé per sé stessi. Molto simile.

La pace si basa sulla riconciliazione, sullo sgombrare il passato, sul costruire un futuro. L’esperienza recente indica che i veterani su ambo i versanti sono meglio al riguardo che i politici, condividendo come appariva dall’altro lato, mettendo in discussione la saggezza della guerra, Avanti, veterani!

La pace si basa sull’identificazione del conflitto soggiacente, sulla ricerca di soluzioni anziché l’affrontare, aggredire l’altro lato in una ricerca rabbiosa di vittoria. Orientamento alle soluzioni anziché alla vittoria, che peraltro c’è comunque: della pace sulla guerra. I militari di tutti i versanti potrebbero impegnarsi nel dialogo sui problemi in una ricerca congiunta di soluzioni anziché in incontri violenti. Il nemico può non essere l’altro lato bensì l’idea di un nemico. Ci sono divari, ma non insuperabili. È necessaria dedizione, oltre a competenze e conoscenza, formazione – ben nota ai militari.

L’ONU ha aperto alla possibilità che la stessa persona indossi due berretti: uno blu dell’ONU, e l’elmetto del proprio esercito. Generali: siamo per strada.


(
articolo tratto dal blog di Daniele Barbieri del 30/07/2020)

 

  Il calciatore del Bologna Musa Juvara
(immagine tratta dal blog: www.labottegadelbarbieri.org/wp-content/uploads/2020/07/musa-juwara-633130.1024x768.jpg)

I BARCONI DELLA SPERANZA E I SOGNI ILLUSIVI DEL CALCIO

La storia di Musa Juvara, il giovanissimo calciatore del Bologna che ha segnato un gol decisivo contro l’Inter a San Siro,è stata raccontata come la favola del piccolo orfano africano che trova fortuna nella ricca Europa grazie alle doti atletiche e all’incontenibile passione per il calcio. La Bottega propone una lettura diversa .

di 
Max Mauro

La storia di Musa Juwara, diciottenne calciatore in forza al Bologna, ha colpito l’immaginazione di molti giornalisti e commentatori, in Italia e all’estero. Dopo il gol segnato all’Inter a San Siro, che ha fatto vincere la partita alla sua squadra, il racconto mediatico ha prodotto una specie di fiaba dei nostri giorni, una fiaba consolatoria per i paesi del nord del mondo: il piccolo orfano africano che trova fortuna nella ricca Europa grazie alle sue doti atletiche e l’incontenibile passione per il calcio.

Che tutto ciò sia avvenuto in mezzo ad una pandemia che ha squadernato le vite di gran parte del pianeta non fa che arricchire di toni emotivi la sua impresa individuale. Tuttavia, a ben vedere, la sua storia illustra aspetti più profondi delle dinamiche migratorie contemporanee e delle diseguaglianze strutturali prodotte dallo sfruttamento Europeo dell’Africa, che non si è interrotto con la fine del colonialismo.

Minori che emigrano

In base ai dati dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, Juwara è stato uno dei circa 27.000 minori non accompagnati arrivati in Italia nel 2016, in maggioranza dall’Africa. La stessa Agenzia sottolinea che il crescente numero di bambini e ragazzi che emigrano senza i genitori è un “fenomeno ormai strutturale e slegato da una qualche emergenza”.

Nato nel 2001 nel piccolo stato africano del Gambia, Juwara è arrivato in Sicilia nel giugno del 2016 in uno dei cosiddetti ‘barconi della speranza’. Alloggiato presso il centro di accoglienza di Ruoti, in provincia di Potenza, e si è fatto presto notare nei tornei giovanili nelle fila della Virtus Avigliano, con cui ha vinto il campionato provinciale.

Nell’estate del 2017 il Chievo manifesta l’interesse a tesserarlo ma la FIGC pone degli ostacoli, basandosi sulla normativa FIFA che vieta il tesseramento di minori stranieri da parte di società professionistiche. Il tesseramento va in porto solo in seguito al ricorso della famiglia affidataria presso il Tribunale di Potenza. Come in altri casi simili, viene affermato il principio discriminatorio di norme create per fermare il traffico di minori, ma che finiscono per impedire a molti ragazzi (in particolare provenienti dall’Africa) di perseguire il sogno di una carriera nel mondo del calcio.

Queste norme, introdotte per la prima volta nei primi anni 2000 e aggiornate via via, sono uno strumento importante per limitare lo sfruttamento dei talenti giovanili dei paesi più poveri. Come evidenziato da diverse inchieste giornalistiche, soprattutto in Africa operano agenti non ufficiali (la FIFA tiene un registro degli agenti autorizzati ad operare nei singoli paesi) che illudono i giovani talenti e le loro famiglie con la promessa di un provino o addirittura un contratto in uno dei sessanta campionati professionistici europei (solo l’Italia ne ha tre) o di altre parti del mondo. Il più delle volte si tratta di promesse fasulle, che lasciano le famiglie indebitate e i ragazzi abbandonati a se stessi.

Le normative FIFA

Le normative FIFA autorizzano il tesseramento di minori stranieri solo in tre casi specifici: quando i minori si trasferiscono con la famiglia in un altro paese per ragioni non legate al calcio; quando risiedono a meno di 50 chilometri dal confine con il paese in cui intendono essere tesserati; il terzo caso riguarda i giovani dell’Area Economica Europea che sono autorizzati a spostarsi dal proprio paese dall’età di 16 anni.

Come si può intuire, queste eccezioni, e il principio su cui sono fondate, presentano delle falle che persone con pochi scrupoli possono cercare di sfruttare. Va da sé che nel mondo del calcio questo tipo di persone sono numerose. Solo negli ultimi anni, società quali Barcelona, Real Madrid, Atletico Madrid e Chelsea sono state sanzionate dalla FIFA per aver evaso le norme sul trasferimento internazionale dei minori. In diversi casi, le società avevano tesserato ragazzini di 13-14 anni provenienti da varie parti del mondo creando delle opportunità occupazionali per le famiglie. In pratica, avevano prima trovato lavoro ai genitori e poi tesserato il figlio. Ovviamente, trattandosi di club di questo livello, i tesseramenti sono apparsi sospetti e il sub-comitato della FIFA competente a vagliare i tesseramenti li ha bloccati.

Questi casi sono solo la punta di un iceberg. Il calcio è un’industria globale che prolifera nell’intreccio di diritti televisivi, sponsorizzazioni, e merchandising e che ha una visibilità e una capacità di penetrazione culturale senza pari. Come gli altri sport professionistici, il calcio è un’industria molto particolare, che accresce i margini di successo (e profitto) quanto prima riesce ad individuare i talenti e avviarli alla formazione. L’età decisiva per intuire il potenziale di un giovane calciatore è sempre più bassa, attorno agli 8/9 anni o anche prima.

Il mercato dei talenti bambini

Fino alla metà degli anni ottanta, le società calcistiche professionistiche reclutavano giovani calciatori nelle città in cui la società aveva sede, nella provincia o nella regione. Solo le maggiori società reclutavano giovani talenti a livello nazionale. Oggi, tutte le squadre primavera (tra i 15 e i 19 anni di età) delle squadre di Serie A sono composte da ragazzi proveniente da molti paesi diversi. Lo stesso accade negli altri campionati principali, in Inghilterra, Spagna, Germania, Francia. Anche a livello giovanile, il calcio, e in minor misura altri sport come la pallacanestro, è diventato un fenomeno internazionale.

La pressione per individuare nuovi talenti e trasformarli nel prossimo Messi o Ronaldo è altissima, e la competizione tra società si gioca ormai a livello globale. Ovviamente tutto ciò si riverbera sui paesi con meno opportunità, maggiore povertà e disagio sociale.

In queste società i ragazzi vivono il sogno di diventare un campione nello sport, e soprattutto nel calcio, come un’opportunità salvifica, per se stessi e le loro famiglie. Il fatto che solo uno su centomila o un milione ce la possa fare, mentre tutti gli altri si ritrovano senza un’istruzione e un futuro alternativo, non è un deterrente efficace per chi non ha altre opzioni. Al contrario, come avviene da decenni tra le comunità afro-americane degli USA, lo sport viene esaltato come la principale via d’uscita dalla povertà.

I poveri, i marginali, che in conseguenza della storia strutturalmente razzista della modernità Europea e occidentale hanno più spesso la pelle scura, offrono manodopera a basso costo, animata da grande determinazione (fame) e talento. Se poi finiscono per affermarsi nello sport, si crea la credenza che questo avvenga per “innate” doti e caratteristiche genetiche, non per le condizioni strutturali di diseguaglianza e sottosviluppo economico in cui si trovano a vivere le loro comunità.

Neoliberismo, sport e diseguaglianze globali

Le politiche neoliberiste messe in atto dagli anni settanta da un numero crescente di stati, in combinazione e in sinergia con le azioni del Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, hanno impoverito aree sempre più vaste del mondo. Tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni, viste come la panacea di tutti i mali, hanno finito per compromettere le possibilità sviluppo di molte società.

In Africa, la ricchezza creata dallo sfruttamento delle risorse naturali è stata convogliata verso i paesi dell’Occidente, mentre una porzione è stata riservata per le élite locali che hanno gestito in loro favore la transizione dalla fase coloniale a quella post-coloniale. E’ storia nota come i più intraprendenti leader politici della fase di indipendenza dei paesi africani siano stati eliminati o esautorati con il diretto intervento dei paesi occidentali. I nomi di Amilcar Cabral, Patrice Lumumba, e Kwame Nkrumah sono i primi a venire in mente.

Tutto questo ci riporta alle diverse letture che si possono dare della storia di Musa Yuwara. Il suo è certamente un messaggio di gioia e di speranza per molti ragazzi che vivono nelle periferie delle metropoli del sud del mondo, e si riempiono gli occhi delle immagini luccicanti della Champions League. Allo stesso tempo, ci deve far riflettere sulle dinamiche economiche globali, e sul ruolo che lo spettacolo sportivo riveste all’interno di esse.

Il successo di un ragazzo giunto in Italia su di un barcone della speranza non deve far scordare che la carriera sportiva è tra le più incerte e precarie che esistano. Anche tra coloro che hanno la fortuna di firmare un contratto professionistico a 18 anni, pochi avranno una carriera nel calcio. Gli esempi abbondano, ma a chi interessa parlarne? Un’industria fondata sulla continua produzione di sogni, e sulla loro riproduzione e moltiplicazione mediatiche, non può lasciare spazio a messaggi dissonanti, per quanto veritieri.


(articolo tratto dal blog di Daniele Barbieri del 30/07/2020)

 

     

">Martin Luther King
(immagine tratta dal sito:
karsh.org/photographs/martin-luther-king/)

MAESTRI. MARTIN LUTHER KING: UN DISCORSO DEL 5 DICEMBRE 1955

[Nuovamente riproduciamo il seguente testo e nuovamente ringraziamo l'indimenticabile amico Fulvio Cesare Manara per averci messo a disposizione l'antologia di scritti e discorsi di Martin Luther King da lui curata, Memoria di un volto: Martin Luther King, Dipartimento per l'educazione alla nonviolenza delle Acli di Bergamo, Bergamo 2002. Il testo seguente e' quello del discorso tenuto da Martin Luther King all'assemblea della Montgomery Improvement Association, Holt Street Baptist Church, Montgomery, Alabama, 5 dicembre 1955. La traduzione italiana e' di Fulvio Cesare Manara, il testo originale e' in The Papers of Martin Luther King, jr, vol. III, Birth of a New Age, December 1955 - December 1956, Clayborne Carson (Ed.), Berkeley, University of California Press, 1997, pp. 71-74]

Amici miei, siamo di certo molto lieti nel vedere ciascuno di voi qui questa sera. Siamo qui stasera per una faccenda grave. In un senso generale, siamo qui perche' prima di tutto e innanzi tutto siamo cittadini americani, e siamo decisi ad esercitare la nostra cittadinanza nel suo significato piu' pieno. Siamo qui anche a causa del nostro amore per la democrazia, perche' abbiamo la radicata convinzione che la democrazia, quando da un fragile foglio di carta si traduce nella concretezza di un atto, e' la migliore forma di governo che esista sulla terra.
Ma siamo qui in un senso piu' specifico, a causa della situazione dei bus di Montgomery. Siamo qui perche' siamo determinati a fare in modo di correggere questa situazione. Non si tratta di una situazione nuova. Il problema esiste da moltissimo tempo. Da molti anni a questa parte i neri di Montgomery e in molte altre regioni sono stati afflitti dalla paralisi delle paure che li immobilizzano sugli autobus della nostra comunita'. In cosi' tante occasioni i neri hanno subito intimidazioni e sono stati umiliati e colpiti - oppressi - a causa del puro e semplice fatto di essere neri. Non ho tempo stasera di precisare la storia di questi numerosi casi. Molti di essi sono ora perduti nella fitta nebbia della dimenticanza, ma almeno uno rimane fisso innanzi a noi, vivido.
Proprio l'altro giorno, proprio lo scorso martedi' per essere esatti, uno dei cittadini migliori di Montgomery - non uno dei migliori cittadini neri, ma uno dei migliori cittadini di Montgomery - e' stato prelevato da un autobus e portato in prigione ed arrestato, perche' aveva rifiutato di alzarsi per cedere il proprio posto ad una persona bianca. Ora la stampa vorrebbe che noi credessimo che ella ha rifiutato di lasciare un posto nella sezione riservata ai neri, ma io voglio che questa sera voi sappiate che non esiste una sezione riservata ai neri. La legge non e' stata mai resa chiara su questo punto. Ora io credo di parlare con autorita' legale - non che abbia alcuna autorita' legale, ma penso di parlare con un'autorita' legale alle mie spalle - e affermo che la legge, l'ordinanza, l'ordinanza cittadina non e' stata mai resa chiara (2).
La signora Rosa Parks e' una brava persona. E, siccome doveva accadere, sono lieto che sia accaduto ad una persona come la signora Parks, perche' nessuno puo' dubitare sulla illimitata estensione della sua integrita'. Nessuno puo' mettere in dubbio l'altezza del suo carattere, nessuno puo' dubitare della profondita' del suo impegno cristiano e della sua devozione agli insegnamenti di Gesu'. E sono lieto, visto che doveva avvenire, che sia avvenuto ad una persona che nessuno puo' definire come un fattore di disturbo nella comunita'. La signora Parks e' una brava persona cristiana, modesta, e tuttavia c'e' integrita' e carattere in lei. E proprio perche' si e' rifiutata di alzarsi, ella e' stata arrestata.
E voi sapete, amici miei, viene un tempo in cui la gente si stanca di essere calpestata dal tallone di ferro dell'oppressione. Viene un tempo, amici miei, in cui la gente si stanca di essere immersa nell'abisso dell'umiliazione, dove si fa esperienza dello squallore di una lamentosa disperazione. Viene un tempo in cui la gente si stanca di essere scacciata dallo scintillante sole estivo della vita, e lasciata in piedi in mezzo al freddo pungente di un novembre alpino. Viene un tempo.
E siamo qui, siamo qui stasera perche' ora siamo stanchi. E voglio dire che non siamo qui per far ricorso alla violenza. Non lo abbiamo mai fatto. Voglio che sia noto in tutta Montgomery e in tutta la nazione che siamo cristiani. Crediamo nella religione cristiana. Crediamo negli insegnamenti di Gesu'. L'unica arma che abbiamo nelle nostre mani stasera e' l'arma della protesta. E' tutto.
E certo, certo, questa e' la gloria dell'America, pur con tutti i suoi difetti. Questa e' la gloria della nostra democrazia. Se fossimo chiusi dentro la cortina di ferro di una nazione comunista non potremmo far questo. Se fossimo caduti nella prigione di un regime totalitario non potremmo far questo. Ma la grande gloria della democrazia americana e' il diritto di protestare per i diritti. Amici miei, non permettiamo a nessuno di farci sentire che le nostre azioni sono paragonate a quelle del Ku Klux Klan o a quelle del "Consiglio dei cittadini bianchi". Non ci saranno croci bruciate, in nessuna fermata degli autobus di Montgomery. Non ci sara' alcuna persona bianca spinta fuori dalla sua casa e portata in una strada appartata per essere linciata per non aver cooperato. Non ci sara' fra noi alcuno che si alzera' per sfidare la Costituzione di questa nazione. Noi ci siamo riuniti qui solo a causa del nostro desiderio di vedere esistere il diritto. Amici miei, voglio che sia noto che stiamo per agire con decisa e coraggiosa determinazione per ottenere giustizia sugli autobus in questa citta'.
E noi non abbiamo torto, non siamo nel torto in cio' che facciamo. Se noi siamo nel torto, allora e' nel torto la Corte Suprema di questa nazione. Se noi siamo nel torto, la Costituzione degli Stati Uniti e' nel torto. Se noi siamo nel torto, Iddio onnipotente e' nel torto. Se noi siamo nel torto, allora Gesu' di Nazaret era solo un sognatore utopista, che non e' mai sceso sulla terra. Se noi siamo nel torto, la giustizia e' una menzogna. L'amore non ha alcun significato. E noi, qui a Montgomery, siamo ben decisi a lavorare e a batterci finche' la giustizia non scorrera' come l'acqua, e la rettitudine come una poderosa corrente (3).
Voglio dirvi che in tutte le nostre azioni dobbiamo tenerci uniti. L'unita' e' la grande esigenza di quest'ora, e se saremo uniti potremo ottenere molte delle cose che non solo desideriamo, ma meritiamo giustamente. E non vi lasciate spaventare da nessuno. Noi non abbiamo paura di quel che facciamo, perche' lo facciamo nel rispetto della legge. Nella nostra democrazia americana non c'e' mai un momento in cui dobbiamo pensare di essere nel torto se protestiamo. Noi ci riserviamo questo diritto. Quando i lavoratori ovunque in questa nazione si resero conto che sarebbero stati messi sotto i piedi dal potere capitalistico, non c'e' stato nulla di sbagliato se si sono organizzati ed hanno protestato per i loro diritti.
Noi, i diseredati di questa terra, noi che siamo stati oppressi tanto a lungo, siamo stanchi di attraversare la lunga notte della cattivita'. Ed ora stiamo per uscirne verso l'aurora della liberta', della giustizia e dell'uguaglianza. Lasciatemi dire, amici, mentre mi accingo a concludere, per darvi giusto qualche idea sul perche' siamo qui riuniti, che noi dobbiamo avere - e voglio sottolinearlo, in ogni nostra azione, in ogni nostra decisione qui stasera e nel corso della settimana -, dobbiamo avere Dio al centro. Facciamo in modo di essere cristiani in tutte le nostre azioni. Ma voglio dirvi stasera che per noi non e' sufficiente parlare di amore, l'amore e' uno dei punti cardine della fede cristiana. C'e' un altro lato, che si chiama giustizia. E la giustizia e' realmente amore in azione. La giustizia e' l'amore che corregge cio' che si rivolta contro l'amore.
Lo stesso Dio Onnipotente non e' solo il Dio che sta semplicemente la' e dice con Osea "Ti amo Israele". Egli e' anche il Dio che si leva di fronte alla nazione e afferma: "State calmi e sappiate che io sono Dio, e che se non mi obbedite spezzero' la spina dorsale del vostro potere e vi sbattero' fuori dall'orbita delle vostre relazioni internazionali e interne" (4). Schierarsi al fianco dell'amore e' sempre giustizia, e noi stiamo solo usando gli strumenti della giustizia. Non solo usiamo gli strumenti della persuasione, ma abbiamo capito che dobbiamo far ricorso agli strumenti della forza legittima. Questa faccenda non e' soltanto un processo educativo, e' anche un processo legislativo.
Mentre ci troviamo qui stasera, e mentre ci prepariamo per quel che accadra', cerchiamo di uscire di qui con una decisa e coraggiosa determinazione a rimanere tutti uniti. Noi lavoreremo insieme. Quando nel futuro saranno scritti i libri di storia, qualcuno dovra' dire che proprio qui, a Montgomery, "c'era un popolo, un popolo nero, capelli crespi e carnagione scura, un popolo che ha avuto il coraggio morale di alzarsi per far valere i propri diritti. E cosi' facendo hanno instillato un nuovo significato nelle vene della storia e della civilta'". E faremo tutto questo. Dio ci permetta di farlo prima che sia troppo tardi. E mentre procediamo con il nostro programma, pensiamo a tutto questo.

Note
1. King, Stride toward Freedom: The Montgomery Story, New York, Harper & Row, 1958, pp. 59-60. Le citazioni che King fa dal discorso in quest'opera (pp. 61-63) differiscono un poco dalle sue effettive parole.
2. Per abitudine gli autisti degli autobus potevano richiedere ai passeggeri neri di spostarsi indietro, una fila alla volta, quando la precedente sezione bianca era pienamente occupata e altri passeggeri bianchi dovevano prendere posto.
3. Amos, 5, 24.
4. King si riferisce a Osea, 11, 1. Si riferisce probabilmente anche al Salmo 46, 10.

(articolo tratto dalla mailing.list Telegrammi della Nonviolenza in Cammino n. 3817 del 31/07/2020)

 

 

Tiro al bersaglio
(immagine tratta dal sito:
it.dreamstime.com/illustration/fucilazione.html?pg=13)

UNA FUCILAZIONE

Della fucilazione di innocenti commessa ieri dalla Guardia costiera libica devono rispondere anche il governo e il parlamento italiani che hanno reiterato la decisione che lo stato italiano finanzi la Guardia costiera libica affinche' impedisca agli innocenti sopravvissuti ai lager di giungere in salvo in Italia e in Europa.
Ieri la Guardia costiera libica ha eseguito con scellerata fascistica determinazione e con disumana abissale obbedienza al mandato ricevuto l'effettiva mostruosa volonta' dei suoi mandanti e finanziatori: ha catturato degli innocenti inermi fuggiaschi in mare e li ha costretti a tornare nei lager, e chi ha cercato ancora di fuggire e' stato fucilato sul posto.
Il governo italiano dovrebbe dimettersi.
E  dovrebbero dimettersi i parlamentari italiani che hanno votato il finanziamento ai pretoriani libici garanti del regime dei lager e delle stragi.
Il popolo italiano dovrebbe insorgere nonviolentemente per far cessare questo cumulo di orrori.
Il popolo italiano dovrebbe insorgere nonviolentemente per imporre a governanti e legislatori il ritorno alla legalita' che salva le vite, alla Costituzione repubblicana democratica antifascista, al diritto internazionale, al rispetto dei diritti umani di tutti gli esseri umani, alla civilta'.
*
La strage degli innocenti nel Mediterraneo.
I lager, le torture e gli omicidi dei migranti in Libia.
La schiavitu' e l'apartheid in Italia.
L'abominevole sistematica violazione dei piu' fondamentali principi giuridici e morali che riconoscono e difendono la vita, la dignita' e i diritti di tutti gli esseri umani.
Il popolo italiano dovrebbe insorgere nonviolentemente per far cessare questo cumulo di orrori.
Il popolo italiano dovrebbe insorgere nonviolentemente per imporre a governanti e legislatori il ritorno alla legalita' che salva le vite, alla Costituzione repubblicana democratica antifascista, al diritto internazionale, al rispetto dei diritti umani di tutti gli esseri umani, alla civilta'.
*
Ancora una volta chiediamo che  si realizzino immediatamente quattro semplici indispensabili cose:
1. riconoscere a tutti gli esseri umani in fuga da fame e guerre, da devastazioni e dittature, il diritto di giungere in salvo nel nostro paese e nel nostro continente in modo legale e sicuro, ove necessario mettendo a disposizione adeguati mezzi di trasporto pubblici e gratuiti; e' l'unico modo per far cessare la strage degli innocenti nel Mediterraneo ed annientare le mafie schiaviste dei trafficanti di esseri umani;
2. abolire la schiavitu' e l'apartheid in Italia; riconoscendo a tutti gli esseri umani che in Italia si trovano tutti i diritti sociali, civili e politici, compreso il diritto di voto: la democrazia si regge sul principio "una persona, un voto": un paese in cui un decimo degli effettivi abitanti e' privato di fondamentali diritti non e' piu' una democrazia;
3. abrogare tutte le disposizioni razziste ed incostituzionali che scellerati e dementi governi razzisti hanno nel corso degli anni imposto nel nostro paese; si torni al rispetto della legalita' costituzionale, si torni al rispetto del diritto internazionale, si torni al rispetto dei diritti umani di tutti gli esseri umani;
4. formare tutti gli appartenenti alle forze dell'ordine alla conoscenza e all'uso delle risorse della nonviolenza; poiche' compito delle forze dell'ordine e' proteggere la vita e i diritti di tutti gli esseri umani, la conoscenza della nonviolenza e' la piu' importante risorsa di cui hanno bisogno.

(articolo tratto dallla  mailing-list del Centro di ricerca per la pace del 29/07/2020)

 

| Home | Che cos'è Pax Christi | Chi siamo | don Tonino Bello | Monte Sole | Attività | Appelli/Campagne | Agenda pace | I Link |